I libri illuminano

#giornatainternazionaledellibro

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Quanta capacità ha, l’uomo medio, di sopportare l’ignoranza, la menzogna e la superficialità? Questo dovrebbero spiegarci i “tavoli”, le commissioni, i consiglieri, gli strateghi, spin doctor, tutte quelle belle nuove professioni di gente che non fa niente, non sa far niente, se non ubriacarci di inutili parole.
Recentemente ho scritto a proposito della campagna #ioleggoperché e del bell’articolo del Prof. Giunta a rigurado (ecco il post). Ma oggi che si celebra la giornata internazionale del libro, e ci martellano con i promo stile EXPO, anche gli addetti ai lavori cominciano a parlarne, cercando, come al solito di tenere il piede in due staffe. È il solito esercizio di cerchiobottismo, sport nazionale. Non possono disconoscere l’iniziativa, perché alla fin fine ci sono dietro loro, però ne criticano il contenuto, tanto per guardarsi le spalle. E le proposte sono quasi più insensate della lista stessa dei 24 capolavori promossi dalla campagna. Chi ci mette Darwin, chi testi poetici, chi testi filosofici o di fisica speculativa. Faccio notare che ci sono lettori appassionati anche della Settimana Enigmistica e, finche esisteva, dell’orario ferroviario. A me piace moltissimo leggere i portolani, per esempio, o l’elenco dei Fari e dei segnalamenti luminosi.
Tutto questo can can succede perché, come al solito, si fanno le cose a caso, senza un progetto, senza motivazioni sensate. Aveva ragione Giunta: magari qualche avvocato o ingegnere preposto all’ufficio che doveva redigere la lista, sentito il parere degli editori (magari altri avvocati e ingegneri), ha stilato quella lista. Che è degnissima, per carità. E degnissimi e colti sono anche gli ingegneri e gli avvocati, ci mancherebbe. Ma a cosa serve? Credete che la gente inizierà a comprare libri all’impazzata appena la leggerà? Non penso proprio. La lista serve solo a dare visibilità e una giustificazione a posteriori per scelte editoriali perdenti e discutibili.
Sono da sempre quella che in Italia viene definita una lettrice “forte” e i libri li ho sempre acquistati, tantissimi, ogni settimana. Per questo possiedo migliaia di libri e pochissime paia di scarpe. Il mio feticismo si è riversato sulla carta stampata, ma devo dire che molti dei libri comprati negli ultimi anni li ho fatti sparire dalle librerie e li utilizzo per fermare le porte o per equilibrare un tavolo zoppo.
Finché un giorno la mia amica, e compagna di letture, mi ha regalato il Kindle, forzandomi a usarlo. Devo dire che da allora le mie finanze si sono ristabilite. Perché molto di quello che esce posso leggerlo in anteprima, e pochissimo passa al vaglio delle prime venti pagine. Quello che non trovo in formato digitale, lo leggo in rete e il risultato non cambia. Lo so, non dovrei farlo, perché questo non aiuta l’editoria.
Ma non penso proprio di essere io il problema dell’editoria, perché libri ne ho sempre comprati finché vi ho trovato una purché minima giustificazione. Mi bastava una pagina, una scintilla, una seppur fioca luce. Questi signori, che credono di conoscere così bene l’animo del lettore, dovrebbero sapere che il libro, quello cartaceo, è un oggetto che entra nell’intimità delle case e lì resta come un convitato di pietra a ricordare la sua esistenza, il momento in cui si è comprato, le impressioni e i sentimenti vissuti durante la lettura. Alcuni non si leggono per anni ma si tengono lì, pronti, in attesa del momento propizio. Di altri fa bene solo guardare la copertina e sapere che ci sono, che li potrai sempre rileggere.
Uno non farebbe mai entrare in casa qualcosa che lo irrita o l’infastidisce. L’antidoto migliore alla crisi della lettura e dell’editoria è pubblicare buoni libri. Buoni non vuol dire per forza ponderosi, pesanti, di difficile lettura. Buono è anche un giallo, purché non sia fatto in serie dalla fabbrica degli scrittori.
Insomma, si dovrebbe ripartire da zero, non dalle liste, magari facendo una campagna per chiedere alla gente perché non compra i libri e cosa vorrebbe leggere, senza presumere di saperlo in base a dati di vendita, sulla cui attendibilità si possono avanzare molte riserve. Se un libro è pubblicizzato all’ossesso e l’autore è un personaggio noto, se ne venderanno “molte” copie, ma non si conquista di certo un lettore.

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Il matto sulla torre

Tempo fa ho scritto un piccolo racconto. Nasceva da una serie di riflessioni che mi tormentano da un po’. C’è un’atmosfera da San Pietroburgo prima della rivoluzione: disfacimento morale, desiderio di azioni eclatanti, una classe dirigente che danza sul baratro, individualismo. Almeno questa melma servisse a far scrivere dei grandi romanzi, come nella Russia di quel tempo. Lo ripropongo oggi, sperando di smuovere le acque. Posso fare ben poco, col mio blog. Ma ce la metto tutta.

Iniziamo così il nostro percorso insieme.

Il matto sulla torre

Al verde (Diario della tavolozza n.1)

A voler essere sofistici, si potrebbe insinuare che il verde, colore della natura per eccellenza, non esista. A dirla tutta, non è esatto sostenere che i colori siano sette, come sosteneva Newton. È vero che ne vediamo sette nello spettro e, metaforicamente parlando, anche mille. Tuttavia Sir Isaac ne contava sette, perché ai suoi tempi tutto era sette: i colori, le note, i giorni della settimana,  i cieli, i peccati capitali, i pianeti conosciuti del sistema solare…

Tornando al verde: non rientra nel novero dei colori primari, che sono il giallo, il rosso ciano e il blu magenta. Il verde è tecnicamente un primario “additivo”, lo si crea mescolando il ciano con il giallo. I pittori hanno sempre saputo quanto sia difficile eguagliare la natura, soprattutto se si vuole riprodurre qualcosa che in teoria non esiste, ma che il nostro occhio percepisce in mille sfumature. Il verde è un colore davvero impossibile. Si pensi ai paesaggi di sfondo di Leonardo, evocati in una lontananza grigio-cilestrina, o agli esperimenti di Van Gogh, come il campo di grano verde o il vaso di iris, dove la genialità del Maestro mette a nudo l’ambiguità del non colore, continuamente oscillante tra il giallo e il blu, la sua prepotente non esistenza, assertiva come la vita stessa.

Forse per questo da sempre il verde è associato alla vita. La verde età, gli anni verdi: vitalità prorompente, ma ancora acerba. Il verde è rilassante: non ti esalta come l’azzurro del mare, ma ti addolcisce l’animo. Basti pensare alla brughiera irlandese intorno a Killarney o al tappeto smeraldo sopra le bianche scogliere del Sussex. O alle colline del Valdarno, presidiate dalle sagome scure dei cipressi. Tuttavia è verde anche l’invidia, la bile e a qualcuno si possono far vedere persino i sorci verdi. Per non parlare del ragazzo dai capelli verdi di Losey, parabola di una iperbolica diversità. Alla vitalità prorompente, al suo lato più istintivo, è forse legata una valenza negativa, aspra, acida.

Tra la mancanza di ogni colore, il nero, spaventevole come la morte, e il colore della passione e del sangue, il rosso, il verde con la sua frizzante e pur rassicurante vitalità si è come inflazionato. Oltre al verde Irlanda, conosciamo il verde Islam, il verde degli ecologisti, il verde dei padani…

A me piace ricordare l’etimologia di quella espressione scanzonata “essere al verde”, ritratto di una condizione da bohémien del tipo “poveri ma belli”, colma di speranza più che di urgente bisogno. Pochi sanno che l’espressione deriva dal colore degli arredi di una sala dell’onorabile  e vetusto Caffè Pedrocchi di Padova, di fronte all’Università, ritrovo di studenti cospiratori e sovversivi durante il Risorgimento. Agli studenti squattrinati, che non potevano permettersi le consumazioni, era concesso, dall’illuminata proprietà, di frequentare la sala verde per leggere i quotidiani e i periodici e discutere animatamente di cultura e di politica. In una sala limitrofa, bianca, un buco nella parete testimonia ancora del proiettile sparato dagli Austriaci contro gli studenti, scintilla che diede il via ai moti del Quarantotto in Italia. Infine la sala rossa, analoga alla verde, per il pubblico pagante della ricca provincia veneziana. Una metafora della nostra bandiera, una metafora di come eravamo.